A Barrea, nell’alta valle del Sangro, il 22 febbraio di ogni anno è consacrato ad un rigorosissimo digiuno, a cui si trovano obbligati anche i bambini che abbiano compiuto i due anni. Ugual sorte è serbata al forestiero che in quel giorno vi capitasse. È vacanza per la scuola; la campana chiama in Chiesa come di domenica, e per le vie sciamano i bambini vestiti a festa, accompagnati dai parenti che cercano in tutti i modi di tenerli distratti dallo stomaco.
E non ci sono pianti che valgano a piegare le madri! Essi sono costretti a quella penitenza come i grandi, a consumare, cioè, due soli pasti, un pezzo di pane a mezzogiorno e un piatto di pasta calda, con semplice sale, alla campana del tramonto. I ragazzi si consolano al pensiero che avranno, in compenso del loro digiuno, un dente d’oro. Le voci di quell’offerta, profumata di sofferenze innocenti, sono varie e si confondono in una viva d entusiastica esplosione di gratitudine religiosa e di fede.
C’è chi racconta di una peste da cui il paese rimaneva miracolosamente liberato; chi di una invasione di nemici, anch’essa allo stesso modo scongiurata; chi di un desiderio espresso a quel popolo dalla Madonna stessa per mezzo di una lettera a caratteri d’oro, che apparve galleggiare sulle acque del Sangro, gettando intorno raggi luminosi. Quella giornata, infatti, prende il nome di «digiuno della Madonna», e per la gente di quel paese è la giornata più sacra dell’anno, e per il lontanissimo voto degli antenati che vi si risente, e per la fede che immutatamente vi riesplode in aliti di popolare poesia ed offerta.
Da Rossi, “Barrea ossia la Valle Regia” (ripreso da Leopoldo Beniamino in “L’Abruzzo Vero” pag. 239)