Tradizioni - Riti matrimoniali

Usi e costumi

Tratto da Dorotea L., Monografia su Barrea, in “Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato”, 1853

Nel secondo giorno del matrimonio, la madre della sposa dee recare una scodella piena di zuppa con vino ed aromati allo sposo. Ei dee vuotarla, e per assicurare i circostanti di essere appieno contento della sposa, la riduce in pezzi.

Se la donna teme aborto soffrendo dolori, emorragia, ec. si applica sull’addome un pezzo di budello di lupo avvolto in tela, e ve lo tien fisso per qualche tempo. Se per caso una donna gravida mangiasse della carne di animale ucciso dal lupo, crede che il figlio che darà alla luce non possa affatto prendere il capezzolo della mammella. Se ciò avviene, a rimediare a tanto male, dee la puerpera cercare di novellamente mangiare della carne di animale addentato da lupo o qualunque altro.

I doni della sposa

Tratto da “Usi abruzzesi descritti da Antonio De Nino”, vol. I, Firenze, G. Barbera, 1879. Ristampe: Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1963; Cerchio, Adelmo Polla Editore, 1988. (Tratto da “L’Alto Sangro negli scritti di Antonio De Nino”, a cura di Ezio Mattiocco, pag. 69)

A Barrea il giorno delle nozze, che per lo più è di domenica, i parenti accompagnano gli sposi alla chiesa. Per tutto il paese è una festa. In chiesa c’è la messa e il solito rito dell’anello. Poi il corteo nuziale si dirige verso la casa dello sposo. Non parlo delle confetture e dei quattrini che si gettano in mezzo al pollame dei curiosi: sono cose comuni ad altri paesi. Anche qui io mi occupo della specialità. Le donne del corteo tornano alle case loro, dandosi però l’appuntamento per riuscire e riunirsi in un dato punto del paese. Ed ecco pur finalmente riunite in un punto cinque, otto, dieci o più donne con ampie canestre sul capo. In ogni canestra sono messi con ordine alquanti piatti, e, dentro i piatti, grano, farina, farro, fave pugliesi e nostrali, ceci anche pugliesi e nostrali, fagioli di varie qualità, lenticchie, piselli et similia. La madre della sposa reca essa stessa in mano una gallina nera e fa portare da altra donna una canestra dov’è una vestitura che la sposa dovrà indossare subito e tenere poi fino a che non si logori. Or queste donne coi canestri sfilano l’una dopo l’altra e la madre della sposa innanzi a tutte. La sposa già da un pezzo col suo compagno, col suocero, con la suocera, con gli altri parenti. La folla intanto si gode a vedere la sfilata dei canestri, a contare quanti sono, se vanno con ordine, se le coperture sono belle. E mentre il mio lettore si immagina la conclusione della festa, l’offerta dei canestri e gli augurii e le lagrime di tenerezza e i baci e le strette di mano ec.; il mio pensiero ritorna sui piatti del frumento dei legumi, simboli dell’abbondanza; e ritorna, guardate mo’! ritorna a quella benedetta gallina! Simbolo della prolificazione?

Il matrimonio

Da AA.VV, “Barrea Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Storia – luoghi – itinerari”, Testo di Raffaele Di Iulio

Dopo un settembre laborioso che preparava l’arrivo della stagione più fredda, il mese di ottobre era particolarmente dedicato ai matrimoni. Il giovedì che precedeva la celebrazione (svolta sempre di domenica) un corteo, formato da parenti e amici della sposa, trasportava la dote di quest’ultima presso l’abitazione dei futuri sposi. Lanci di confetti accompagnavano il corteo quando lasciava la casa della sposa e quando raggiungeva quella dei futuri sposi. Qui, le donne preparavano il letto matrimoniale con lenzuola, finemente ricamate a mano e coperte pregiate. Con i confetti si disegnavano, sui due lati del letto, le iniziali dei nomi degli sposi e, al centro, un cuore. Il giorno del matrimonio, lo sposo e i suoi parenti si recavano, in corteo, a casa della sposa per incontrare i parenti di quest’ultima e consumare con loro un rinfresco. Da qui, sempre in corteo, si raggiungeva la chiesa per il rito religioso. Ivi, gli sposi incontravano la rispettive madrine di battesimo per ricevere gli auguri e la benedizione con l’acqua santa, poi proseguivano verso l’altare. Dopo il rito, tutti si avviavano – in corteo – verso un’abitazione particolarmente capiente dove si partecipava al banchetto nuziale. I piatti più caratteristici erano: la “minestra degli sposi”, verdura cotta in brodo di carne con pezzetti di mozzarella, uova sode, palline di carne e altri ingredienti; la “zuppa della sposa”, preparata con vino bianco di Puglia ad alta gradazione alcolica, con pane casereccio non salato – affettato e tostato – e con l’aggiunta di liquori forti, di frutta candita, di mandorle pelate e tagliate a listelli, di cioccolato fondente a schegge, di confetti di mandorle bianchi e argentati. Questa zuppa era preparata con maestria alcuni giorni prima e conservata in grandi zuppiere presso la casa paterna della sposa. Da qui veniva portata sul luogo del ricevimento da orchestranti e signorine in corteo, e poi servita ai partecipanti. A fine banchetto iniziavano le danze che proseguivano fino a notte inoltrata. L’orchestrina, che aveva allietato sin dall’inizio il pranzo nuziale, si recava, poi, sotto la casa degli sposi per eseguire serenate e, alla fine di queste, gli stessi suonatori bussavano ripetutamente alla porta per costringere gli sposi ad aprire ed offrire loro vino e cibo. Questa tradizione è, oggi, non del tutto scomparsa.”